In treno

La vita statica all’interno contro il movimento frenetico all’esterno.

Protetti ed esposti

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Albion – il principe spezzato di Bianca Marconero

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Entrata nel magico mondo dell’ebook e delle “confraternite” social delle autrici italiane, niente mi appariva in bacheca più dell’imminente uscita di questo romanzo. Essendo una compratrice impulsiva e leggendo Albion in testa, l’acquisto è stato immediato, ho aspettato in trepidazione la fatidica data di uscita per averlo.

Perché la mia scelta?

Tutto da attribuire alla mia passione per le storie dei cavalieri della tavola rotonda, per il mito di Artù e Merlino (alle medie la nostra insegnante ci invogliava alla lettura con l’acquisto di libri da accompagnare alle noiose lezioni di testo, e uno era proprio su questi due personaggi). Poi le parole principe spezzato hanno fatto nascere subito in me la curiosità.

Scopro, contattando l’autrice disponibilissima ad un confronto, che questo è l’ultimo di una saga che segue quest’ordine:

Albion

Albion- diario di un’assassina

Albion – ombre

Ho provato a leggere direttamente l’ultimo senza seguire l’ordine e per quanto sono cosciente che non si fa così, posso sincerarmi con Bianca, perché non fa sentire la mancanza dei testi precedenti, è leggibile singolarmente, ma al contempo ti fa desiderare di immergerti completamente in questo mondo magico. La Marconero ti spinge a saperne di più.

Tra letture in sospeso e attesa per il nuovo kindle, l’ho finito dieci minuti fa e non posso che consigliarlo a tutti.

La storia è un countdown verso qualcosa di inevitabile visto attraverso gli occhi dei due protagonisti. Una fine che è inizio. I personaggi sono semplicemente fantastici. Mi sono innamorata di Riccardo, di ogni suo aspetto umano, della sua dolcezza e della sua rabbia, della sua resa e del suo amor proprio. Un re a tutti gli effetti.

Adesso dovrò leggere tutti gli altri per scoprire come sono andate le cose, dato che questo romanzo racconta gli antefatti dei libri già usciti.

 

Bisogna faticare…

Se desideri ardentemente qualcosa, con tutto te stesso, ma è troppo facile da raggiungere, finirai con il non apprezzarla davvero. Ad un grosso impegno invece consegue sempre una realizzazione, fosse anche la soddisfazione di essere riuscito da solo.

Sono orgogliosa, tremendamente orgogliosa, ma non lo considero un difetto. Fa parte di me. Mi hanno sempre insegnato che devo fare da sola, e io mi impegno al massimo per portare le cose al termine, e quando ce la faccio, la soddisfazione di non aver chiesto a nessuno un aiuto è indescrivibile.

Non sono la principessa da salvare, la donzella in pericolo, o la donna che deve occuparsi delle cose da femmina. Sono autosufficiente, mi devi tenere per mano per camminare al mio fianco, non mi devi trascinare perché impedita.

Io fatico e fatico sodo e le battutine idiote o l’aria di superiorità te le puoi ficcar su per dove immagini, che non so che farmene di gente così..

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Quella che chiamiamo Rosa…Lia

Voleva a tutti i costi farsi chiamare Rosy, o Lilli, o proprio al massimo Lia. Il suo nome le faceva riaffiorare tutto quello che di più c’era radicato nell’isola: a famigghia, u rispettu.

Ma non hanno certo rispetto di te o di come la pensi quando decidono di metterti un nome che volente o nolente segnerà tutto il percorso della tua vita?

Avrebbe preferito qualcosa di più continentale, un nome per un certo verso maschile, per far capire subito che lei avesse le palle, qualcosa tipo Andrea. Quando aveva esternato la cosa a sua madre per poco non le prendeva un colpo:

 “E’ un nomi i massculu”. Asserì sprezzante.

E che dire quando a scuola doveva scontrarsi con chi aveva nomi più avvezzi ai suoi gusti? Ilenia? Loredana?  Barbara?

 Mentre lei marchiato a fuoco aveva quel nome, una sorta di maledizione.

Così ostinatamente firmava i compiti con il nome Lia, sperando che qualcuno prendesse in considerazione il suo desiderio. Poi l’insegnante la rimproverò:

 “E’ come fosse un documento ufficiale! Tu firmi così con un nome falso!”

E iniziò a pensarci davvero: per tutto il resto della vita quel nome l’avrebbe segnata

Anche nei rapporti con l’altro sesso. Ovviamente nomi come Angelica, Dorotea, Luana e le sù citate Ilenia, Loredana o Barbara, attiravano di più. Avevano fascino e mistero a suo avviso.

Poi si chiedeva ma Rosalia, essendo di tradizione sicula, non dovrebbe contenere il mistero di secoli di omertà?

 Ormai era giunta ridere della sua disgrazia!

Poi arrivò Shakeaspere…

“Quella che chiamiamo rosa, con un altro nome avrebbe lo stesso profumo. Allo stesso modo Romeo, se portasse un’altro nome ,avrebbe sempre quella rara perfezione che possiede anche senza quel nome. “

E si arrabbiò tanto, perché per quanto potesse non essere concorde con l’autore, aveva iniziato ad amarlo e non poteva perdonargli sì tale affronto!

Di doversi piegare ad accettare tale nome, nonostante il suo odio viscerale, perché comunque non la caratterizzerebbe secondo William.

Stava quasi iniziando a crederci quando sua cugina incinta le mostrò il famoso libro dei nomi, adducendo a motivazione che la scelta del nome era importante, in quanto in parte ne formava il carattere….

Cazzo….ecco spiegato il motivo del suoncarattere di merda!

Freaud aveva ragione:

E’ SEMPRE TUTTA COLPA DEI GENITORI!

Non importa…

…quanto sia pessima una giornata, o due, o persino un mese.

La certezza è che il sole tornerà sempre a splendere, sulle verità come sulle bugie. E’ equo, almeno lui.

E alla fine non conterà se hai mentito o se hai detto la verità, come ti vedranno gli altri, o come reagiranno loro. Ma cosa proverai tu quando i tempi saranno migliori, e sarà solo il frutto di quello che hai fatto o che hai patito, ma soprattutto di quello che hai imparato.

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Nostalgia

Il profumo dell’impasto del dolce appena messo in forno, misto a quello di fresco e pulito. Il vaso con i suoi fiori sul mobile della cucina, il rumore della macchina da cucire sempre in azione e la tv accesa su qualche assurda telenovellas.
Casa.
Sicurezza.
Spensieratezza.
Quando tutto era più facile e l’unico problema era decidere come giocare.
Quando un ginocchio sbucciato si curava con un po’ di disinfettante e un bacino.
Quando non avevi male al cuore perché c’era tanto affetto.
Vero.
Sincero.
Tangibile.